sabato 27 agosto 2011

ECO






Un dolce respiro

accarezza la notte

il tuo nome

è una eco vicina.

sabato 11 giugno 2011

TRA ORIENTE E OCCIDENTE



Abbas Kiarostami (regista, fotografo e poeta iraniano) ha scritto che agli occhi degli uccelli l'oriente  è  dove sorge il sole, e l'occidente dove tramonta, nient'altro che questo.
Per gli uomini invece, oriente e occidente sono un ulteriore motivo di divisione e scontro.


Mi chiedo quando inizieremo a guardare il mondo con occhi diversi.






STORMO, tempera (h cm50 - l cm 70)

lunedì 30 maggio 2011

24 h

Bevo il mattino
con la sete della notte
ripiego il giorno in un cassetto
e non l'apro mai prima di sera.
Passo il tempo ad ingannarlo
facendogli credere
che non sia trascorso invano
e lo perdo
irrimediabilmente.

martedì 17 maggio 2011

IL FALCO NELLA PIOGGIA






Ieri, per tutto il pomeriggio, un falco se n’è stato sotto la pioggia, appollaiato sul palo del telefono piantato tra il fienile e il parco giochi.
Curvo e ingobbito come se portasse addosso tutto il peso del mondo, sembrava imbalsamato, fradicio dal becco agli artigli. Immerso nei suoi pensieri, da cui niente e nessuno riuscivano a distoglierlo, scrutava il mondo accigliato e se ne stava a distanza.
Aveva perso ogni regalità. Avrebbero potuto scambiarlo per un corvo o un qualsiasi altro comune volatile e non se ne sarebbe curato.
Ci è voluto uno squarcio tra le nuvole, un lampo improvviso, come un segno divino, per fargli ricordare chi fosse. Allora ha spiegato le ali, è volato via sul fienile, il tetto di casa, la grande quercia, la vallata che accompagna lo sguardo fino ai piedi della Majella, ed è diventato un punto in un racconto senza epilogo.
Ho attraversato tutte le stanze di casa, mi sono affacciata ad ogni finestra o balcone da cui potessi seguire il suo volo. L’ho rincorso, l’ho chiamato, implorato di tornare indietro. Si era dimenticato di portarmi con lui.


Devo il titolo ad una poesia di Ted Hughes: " The hawk in the rain/ Il falco nella pioggia" 



sabato 16 aprile 2011

OCCHI DI PESCE


Quando scesi al piano di sotto per scaldarmi al fuoco del camino, scoprii che non ero l’unica ad avere freddo: sulla mensola del focolare, adagiato su di un piatto, un blocco di quattro merluzzi di media grandezza cercava di scongelarsi.
I pesci avevano le teste rivolte nella mia direzione e, osservandoli con attenzione, mi resi conto che avevano sguardi e espressioni diverse l’uno dall’altro.
Il primo merluzzo aveva gli occhi e la bocca talmente spalancati da sembrare sbalordito, bloccato in uno stupore improvviso, come se avesse visto chissà quale meraviglia prima di rimanere impigliato nelle reti e stesse esclamando: “Oooooh!”
La bocca serrata e gli occhi strabuzzati davano invece al secondo pesce quell’espressione tipica di chi gli è appena andato qualcosa di traverso e, se Dio vuole, è sul punto di espellerlo con un provvidenziale colpo di tosse.
Per paura che potesse succedere, mi sono subito scostata dalla sua direttrice, concentrandomi sul suo vicino di ghiaccio.
Quest’ultimo sembrava sul punto di lasciare il piatto su cui era disteso e partire per una qualche destinazione sconosciuta da un momento all’altro. Tutto in lui infatti, dalle pinne pinne tese alle branchie completamente dilatate, fino ai tratti concentrati del volto, ricordava l’aspetto, o meglio, l’assetto che ha un aeroplano quando inizia a far manovra sulla pista per decollare e prendere quota. Chissà dove avrebbe voluto andare!
L’ultimo merluzzo, beh, lui era quello messo peggio di tutti. La mandibola inferiore era tranciata, gli mancava un occhio e l’unico che aveva era gelatinoso, vacuo, perso. Doveva essere quello che aveva lottato di più, che aveva opposto più resistenza degli altri e aveva voluto vendere cara la pelle o, forse, più semplicemente, quello meno fresco dei quattro, come più tardi ebbe modo di osservare mia madre sistemandolo sulla griglia.
Naturalmente a pranzo, quel giorno, non mangiai pesce e optai per le uova sode. Intere però, perché divise a metà mi ricordavano certi occhi di pesce.